Stanza del Tempo. Giardino. Planetario. Archivio. Fotografia.
Una mutazione semplice delle totalità è capovolgibile. La teoria lo prevede, l’esperienza lo conferma. Ma qualsiasi evoluzione sensibile è il risultato di innumerevoli mutazioni. Fatti e circostanze indipendenti, libere, emancipate ed emancipanti accumulate nella specie originale sono causa di un risultato che è irreversibile.
Specie Spontanee è un’operazione artistica che è nata in un’ambientazione densa di significati, con l’aspirazione di rinfrescarne l’immagine e rimodernarne gli spazi, facendo in modo che ne incarnasse nuove forme e valenze nel tessuto sociale e culturale locale. Uno spazio non più borderline ma aperto, con una memoria non più rievocata ed ostentata ma rivolta al futuro.
Partendo dall’indagine delle tematiche legate agli “ecosistemi” presenti nel Sesto Donne dell’Ex manicomio Rizzeddu, e immaginando una sua ridestinazione futura, gli artisti hanno realizzato un lavoro che ha generato un intreccio tra due sfere - artistica e sociale - inseguendo l’obiettivo di un lavoro corale tra Aliment(e)azione e l’A.F.A.R.P . L’attività si è svolta attraverso dei laboratori, nei quali gli artisti e i ragazzi si sono scambiati e hanno raccolto segnali a vicenda, vivendo l’esperienza come un flusso ininterrotto di fatti, come un processo creativo non quantificabile ma vivibile. Si è partiti con il rassettare le stanze, effettuando parziali restauri e imbiancandole; si è fotografato le aree esterne al Sesto Donne, ridisegnandole e reinterpretandole sotto nuova forma. Le fasi di dialogo, di comparazione e di sintesi hanno svolto un ruolo determinante nell’esito del progetto. Gli autori di quest’operazione hanno agito intorno al tema dello spazio architettonico, con una particolare attenzione ai concetti di visione e di sensibilità percettiva, offrendo l’immagine poetica della realtà dettata dall’osservazione e dall’interpretazione, a volte giocosa e spensierata, altre volte inquieta e disincantata.
Gli interventi nello spazio sono stati totali. Sono la stanza del tempo (spazio nel quale sono state inserite quattro installazioni), il giardino e il planetario ad essere l’impronta di tale azione; che lascia testimonianza documentativa nella stanza della fotografia e nell’archivio. La traccia tangibile di tale sinergia è stato il frutto di un tempo bergsoniano, un’occasione non statica dove tutto è in progress, che ha restituito un’immagine nuova delle aree disponibili, con ambientazioni fruibili, alleggerite dalla “pressione storica” intima allo stabile.
Le specie spontanee hanno origine, si sviluppano, germinano e proliferano. Sono fluide e incerte. Ne è possibile la coltivazione e con maggior insistenza si cerca di farlo. E la conoscenza ne determina la contemplazione e l’arricchimento personale.
Il gruppo Aliment(e)azione è composto da Elisa Desortes, Alessandra Manca, Antonio Oggiano, Giangavino Pazzola, Teresa Pintus, Enrico Piras , Antonio Sini e Edoardo Tedde.
I ragazzi dell’A.F.A.R.P. sono Isabella Di Maio, Mario Pinna, Pier Paolo Pisanu, Valeriano Pisuttu, Costanzo Solinas, Valentino Sussarellu.
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Foto di Teresa Pintus e Antonio Sini
Una favola orientale racconta di un uomo cui strisciò in bocca, mentre dormiva, un serpente. Il serpente gli scivolò nello stomaco e vi si stabilì e di là impose all'uomo la sua volontà, così da privarlo della libertà. L'uomo era alla mercé del serpente: non apparteneva più a se stesso. Finché un mattino l'uomo sentì che il serpente se n'era andato e lui era di nuovo libero. Ma allora si accorse di non saper cosa fare della sua libertà: "nel lungo periodo del dominio assoluto del serpente egli si era talmente abituato a sottomettere la sua propria volontà alla volontà di questo, i suoi propri desideri ai desideri di questo, i suoi propri impulsi agli impulsi di questo che aveva perso la capacità di desiderare, di tendere a qualcosa, di agire autonomamente. In luogo della libertà aveva trovato il vuoto, perché la sua nuova essenza acquistata nella cattività se ne era andata insieme col serpente, e a lui non restava che riconquistare a poco a poco il precedente contenuto umano della sua vita". L'analogia di questa favola con la condizione istituzionale del malato mentale è addirittura sorprendente, dato che sembra la parabola fantastica dell'incorporazione da parte del malato di un nemico che lo distrugge, con gli stessi atti di prevaricazione e di forza con cui l'uomo della favola è stato dominato e distrutto dal serpente. Il malato, che già soffre di una perdita di libertà quale può essere interpretata la malattia, si trova costretto ad aderire ad un nuovo corpo che è quello dell'istituzione, negando ogni desiderio, ogni azione, ogni aspirazione autonoma che lo farebbero sentire ancora vivo e ancora se stesso. Egli diventa un corpo vissuto nell'istituzione, per l'istituzione, tanto da essere considerato come parte integrante delle sue stesse strutture fisiche.
Franco Basaglia
(in Corpo e istituzione, 1967)






